Apologia della cravatta

La cravatta, è l’uomo; è attraverso di essa che l’uomo si rivela e manifesta. Per conoscere un uomo, è sufficiente un colpo d’occhio su questa parte di lui che unisce la testa al petto.

Honoré de Balzac

L’arte di mettere la propria cravatta, un arcano sodalizio, che da secoli si stipula sotto gli occhi di uno specchio, un esperimento di creatività quotidiano, in cui i movimenti, estremamente individuali, esternano la dedizione che si agguaglia durante l’atto dell’annodatura. Non è un semplice vezzo, bensì un bisogno sentito e imprescindibile per l’uomo elegante, che ha come scopo principale quello di delineare la sua genialità interiore.

Niente meno che un semplice square di tessuto, tagliato in diagonale e ripiegato su sé stesso, sigillato sul retro da un travetto ricamato a mano, per unire i lembi di stoffa che costituiscono la cravatta. Nonostante la sua straordinaria semplicità, l’impatto visivo ed emotivo che è in grado di evocare è incommensurabile; merito la forte personalità di cui si imprime, sfuggendo, con la sua unicità, ad un mondo troppo uguale. La cravatta è paragonabile a un termometro del buon gusto sulla scala della ricercatezza assoluta, mezzo indispensabile per l’ottenimento di uno stile misurato e accurato. Così come tale fondamenti erano elogiati dal Conte Della Salda nel 1827 (L’arte di mettere la propria cravatta in tutte le foggie conosciute etc.; Milano, Pirotta 1827), quei principi sono rimasti un caposaldo che si è evoluto attraverso gli espedienti storici di questo essential dell’abbigliamento maschile.

Il valore simbolico che ha acquisito nel tempo, si è fatto complice di un repertorio iconografico inestimabile; dai fazzoletti rettangolari ai tempi del Direttorio, alle cravatte dei grandi dandies, quali Lord Brummel e la sua “cravattona” di seta bianca; Gabriele d’Annunzio, con le sue misteriose cravatte Nicky Milano; ai grandi fisici inglesi di Cambridge, tra cui si annovera il Barone Rutheford; sino alle più recenti cravatte dell’Avvocato Agnelli, dal tipico nodo asimmetrico, sventolanti, con il lembo inferiore portato più lungo di quello superiore, in linea con il suo approccio spigliato di portare la cravatta, opponendosi ai prefissati schemi in fatto di lunghezza, la quale, ciononostante, non deve mai oltrepassare la cintura dei pantaloni, o essere troppo corta.

L’utilità della cravatta è da sempre motivo di discussione e controversie, nonostante la sua più volte annunciata morte, tra alti e bassi, essa domina indisturbata nel guardaroba di ogni gentleman che si rispetti. La riscoperta per la tradizione sartoriale e lo stile classico, porta oggigiorno alla ricerca di nuovi tessuti e giochi di colore, dettagli sartoriali e costruttivi, senza, però, mutare la solennità della sua forma, la quale può riflettere, o meno, la presenza di ben determinati parametri estetici. Il gambo della cravatta, lembo maggiore, sormonta il gambetto, l’estremità più stretta, e lo avvolge in un abbraccio senza tempo, a comporre un equilibrio poetico in virtù del principio di contestualizzazione, che è sempre bene ribadire. Forma, peso, tipologia e dimensione del nodo, qualità dei tessuti, ed eventuali interni, devono essere miscelati in tutte le proporzioni all’abito che andranno a caratterizzare ed esaltare. Il nodo va eseguito in modo deciso e al contempo delicato, deve accomodarsi al colletto della camicia che lo ospiterà senza risultare troppo stretto, o troppo morbido, in modo che la parte ad esso sottostante emerga divampante, arcuandosi tra le pieghe della fossetta immancabile. Qualora quest’ultima venisse a mancare, l’effetto antiestetico è garantito. I nodi della cravatta spaziano dai più semplici, ai più intricati, spesso frutto di artifici, dettati dall’impeto della distinzione, su cui si è istituita una scienza vera e propria. Precludendo da tali complicazioni, un semplice Four in hand, Windsor, Half-Windsor o Pratt, sono i nodi cardine nella vastità di quelli realizzabili, giacché ognuno di essi trova la maggior risonanza in fatto di esteticità e versatilità. In relazione alla simmetricità, vi sono nodi che esprimono meglio il carattere simmetrico di altri. Come punto di riferimento, il nodo Windsor, o Scappino, è indubbiamente quello che esprime meglio il carattere di un nodo pieno e simmetrico, che ben si accompagna a colletti aperti o alla francese. È simbolo dell’eleganza anni Trenta, che del Duca di Windsor, però, prese solo il nome, e non l’ideazione. Sull’altra sponda, invece, il classico per antonomasia è il Tiro a quattro, il cui nome è notoriamente accreditato al Four in Hand Club di Londra, il quale, pur perdendo di simmetricità, acquista il vantaggio di un ampio raggio d’azione. Il nodo stretto e affusolato che adorna questa cravatta, permette l’utilizzo di accessori, quali spille e barre per colletti, nella fattispecie di quelli a punte chiuse, le quali enfatizzeranno la sua naturale propensione verso l’esterno.

Sebbene l’opera dell’annodatura sia rappresentata e descritta da ben definite leggi di costruzione e simmetria, il carattere polimorfo sovviene, tuttavia, a ogni nodo, in quanto, essendo frutto della più personale manualità ed esperienza, avrà sempre una forma diversa, per quanto i passaggi da compiere siano gli stessi. Ed è proprio questa deviazione dall’idealità, che rende la cravatta il riflesso dell’eleganza interna di chi la indossa. A tal fine si deve porre l’accento anche sugli aspetti qualitativi. Indubbia la qualità di una cravatta artigianale, che, come sempre, porrà la massima attenzione nella ricerca delle materie prime e nella realizzazione stessa della cravatta. Sono da prediligersi i twill di seta, i tessuti jacquard e lane cachemire, che non hanno eguali in termini di tenuta e consistenza. Il numero delle pieghe è importante nel definire il livello di formalità e la resa del nodo, nonché la possibilità di presentarsi sfoderata. Cravatte tre, o cinque pieghe, potranno ospitare un’anima interna in teletta di cotone o lana spazzolata, in grado di impartire una maggiore corposità e resistenza. Il primato, nondimeno, appartiene alla cravatta, cosiddetta Sevenfold. La seta pregiata, che di norma la costituisce, diviene anima e corpo della stessa cravatta, acquisendo la massima malleabilità e compostezza. L’impiego di maggior tessuto rende superfluo l’uso di ulteriori rivestimenti interni. L’imperativo, d’altro canto, resta sempre quello di non lasciarsi ingannare da un numero di pieghe eccessivo, o dalla presenza di troppe discrepanze dallo standard; una tre pieghe magistralmente eseguita e indossata, avrà senz’altro una effetto complessivo migliore, rispetto ad una dodici pieghe di scarsa qualità. Analogamente, a parità di tipologia di nodo, una cravatta in seta, avrà un rendimento totalmente differente da una cravatta in lana o in maglia; quest’ultime, infatti, avranno una texture che ben si accorda con fantasie a rombi, scozzesi o a righe orizzontali con fondo tagliato dritto, da indossare con completi sportivi in tweed e tessuti cardati. In ogni caso, la scelta della gradazione cromatica, deve orientarsi sulla tenacità di colori quali il rosso vermiglio, bordò, verde bottiglia, marrone e blu intenso, con l’accortezza di abbinarli a una camicia sempre più chiara. I motivi devono essere discreti, come micro-pois, motivi a paisley, o quadretti dai toni armoniosi. La ridondanza di una cravatta troppo pretenziosa in termini di nuance, non è certo sinonimo di eleganza. L’uso delle cravatte Regimental, circoscritta a una ben definita spaziatura delle sue righe oblique e combinazione di colori, gode di un’attenzione a parte, che richiede innanzitutto la riflessione sul fatto che esse derivano da onori e glorie dei reggimenti britannici. Richiede, dunque, particolari precauzioni d’uso, maggiormente qualora sia indossata di là dello Stretto della Manica, dove, senza dubbio, il Principe Carlo è un modello esemplare, di come una cravatta dovrebbe essere indossata.

In conclusione, si può esprimere, che la compiutezza di una cravatta è quantificata da una tendenza spontanea verso il buon gusto, guida inesorabile per il raggiungimento della massima fusione di quei fattori intrinsechi alla persona propria, ed estrinsechi, qualitativamente parlando, sottesi alla costituzione della cravatta.

Ciò che conta è il risultato finale, la sensazione di aggraziata naturalezza che la cravatta deve esprimere, ovvero, avere l’aria di essere stata annodata in tutta fretta, a prescindere dal tempo che ognuno vi dedicherà.

– Che cravatta prodigiosa, Frank. Come diavolo ci riesci?

– Sì, credo sia stupenda, ma vedi, le dedico tutti i miei pensieri!


The tie, is the man; it is through it that man is revealed and shown. To know a man, it’s simply a glance on this part of him joining the head to the chest.

Honoré de Balzac

The art of wear the tie, an occult agreement, which for century is stipulated under the eyes of a mirror, an experiment of everyday creativity, in which the movements, highly individual, externalize the dedication that it levels out during the knotting act. It is not a simple whim, but a felt and indispensable need for the elegant man, whose main purpose is to outline his inner genius. Nothing less than a simple fabric square, diagonally cut and folded on itself, sealed at the back by a hand-embroidered joist, to join the pieces of fabric that make up the tie. Despite its extraordinary simplicity, the visual and emotional impact that is able to evoke are immeasurable, thanks to the strong personality of which is imprinted, escaping, with its uniqueness, at too equal world. The tie it can be defined as a good taste thermometer on absolute sophistication scale, an essential tool for obtaining a measured and thoughtful style. As well as the foundations were praised by Conte Della Salda in 1827 (The art of putting your tie in all fashions known etc .; Milano Pirotta 1827), those principles have remained a landmark that has evolved through historical gimmicks of this essential menswear. The symbolic value that it has acquired over time, has become an accomplice to a priceless iconographic repertoire; from rectangular handkerchiefs of the Directory, the ties of the great dandies, such as Beau Brummell and his great white silk tie, Gabriele d’Annunzio, with its mysterious Nicky Milano ties, the great Cambridge English physicists, among which includes the Baron Rutherford; to the most recent ties of Gianni Agnelli, from the typical asymmetrical knot, fluttering with the lower flap took longer than the upper one, in line with its breezy approach to wear the tie, as opposed to the established schemes in terms of length, which, however, will never exceed his belt, or be too short.

The usefulness of the tie has always been cause of discussion and controversy, despite its repeatedly announced death, with ups and downs, it dominates undisturbed in the wardrobe of every self-respecting gentleman. The rediscovery of traditional tailoring and classic style, brings today looking for new fabrics and colour games, tailoring and construction details, without, however, changing the solemnity of its essential form, which can reflect or not the presence of well certain aesthetic parameters. The stem, active side of the tie, surmounts the gambit, the narrow end, and wraps it in a timeless embrace, to compose a poetic balance by virtue of the contextualization principle, which is always worth repeating. Shape, weight, type and size of the knot, the quality of fabrics, and any internal, must be mixed in all proportions to the dress that will characterize and enhance. The knot must be done firmly and at the same time delicate, must sit at the shirt collar that will host it, without being too tight, or too soft, so that it underneath emerges blazing, arching into the folds of the inevitable dimple. If the latter should fail, the unsightly effect is guaranteed. The tie knots ranging from the simplest to the most intricate, often the fruit of artifice dictated by the impetus of the distinction, which has became a real science. Precluding from such complications, a simple Four in hand, Windsor, Half-Windsor or Pratt, are the key knots, in the vastness of those achievable, since each of them is the most resonance in terms of aesthetics and versatility. In relation to the symmetry, there are knots that express better the symmetrical nature than others. As a reference point, the Windsor knot, or Scappino, is undoubtedly the one that best expresses the character of a full and symmetrical knot, which goes well with open collars or French. It is symbol of elegance Thirties, that of the Duke of Windsor, however, took only the name, and not the ideation. On the other side, however, the classic par excellence, the Four in hand, whose name is known to be credited to the Four in Hand Club in London, loses symmetry, to the benefit, however, of a wide range of this tie, that, thanks to the narrowness of the knot, allows the use of accessories, such as pins and collars bars for the closed tips of the shirt, which will emphasize its natural propensity toward the outside.

Although the knotting work is represented and described by well-defined rules of construction and symmetry, the polymorph character occurs, however, in each node, since, being the result of more personal dexterity and experience, will always have a different shape, for as the steps to be performed are the same. It is this deviation from ideality, which makes the tie the inner elegance reflection of the wearer. For this purpose we should put emphasis also on the qualitative aspects. Undoubted quality of a handmade tie, which, as always, take the greatest care in the search for raw materials and in the same construction of the tie. Are preferable silk twill, jacquard fabrics and cashmere wool, that are unrivalled in terms of tightness and consistency. Three, or five folds ties, will be able to accommodate an internal core in cotton canvas or brushed wool, capable of imparting a greater body and resistance. The record, however, belongs to the tie, so-called Sevenfold. The fine silk, which normally constitutes it, becomes soul and body of the tie, gaining the maximum malleability and composure. The use of most fabric makes unnecessary the use of additional internal coatings. The imperative is always to not be deceived by an excessive number of folds, or the presence of too many discrepancies from the standard; a three folds brilliantly executed and worn, will undoubtedly have a better overall effect, compared to a twelve poor quality folds. Similarly, for the same type of node, a silk tie, will have a totally different performance from a tie in wool or mesh; the latter, in fact, will have a texture that fits in well with argyle patterns, Scottish, or horizontal stripes with the bottom cut straight, to wear with tweed and carded fabrics complete. In any case, the choice of colour gradation, must orient themselves on the toughness of colours such as red, crimson, burgundy, bottle green, brown and deep blue, with the foresight to match them to an ever clearer shirt. The reasons must be discreet, such as micro-dots, paisley patterns, or squared with harmonious tones. The redundancy of too pretentious tie in terms of nuance, is not synonymous of elegance. The use of Regimental ties, confined to a well defined spacing of the oblique lines and colour scheme, enjoys attention apart, which first requires reflection on the fact that they derive from past honours of the British people, who identified himself in its various shades. Thus it requires special handling precautions, more if it is worn beyond the of the English Channel Strait, where, no doubt, Prince Charles is an exemplary model of how a tie should be worn on.

In conclusion, it can be expressed, that the completeness of a tie is quantified by a spontaneous tendency towards good taste, relentless drive to achieve the maximum fusion of those intrinsic factors to his own person, and extrinsic, qualitatively speaking, underlying to the establishment of the necktie.

What matters is the end result, the feeling of graceful naturalness that the tie should express, i.e., it must have the air of having been tied in a hurry, regardless of the time that each will dedicate it.

– What prodigious tie, Frank. How the hell do you do?

– Yes, I think it is wonderful, but you see, I dedicate all my thoughts!

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