Appunti di stile: lo Scarponcino

Intrinsecamente virile e ricco di dettagli, lo scarponcino è un must della stagione fredda, immancabile nella scarpiera del gentleman che segue il ritmo della natura. La sua peculiarità è la linea alta sino alla caviglia che ne comporta, giustappunto, una maggiore protezione. Perfetto dal punto di vista funzionale, lo scarponcino, non manca di eleganza, essendo stato congegnato in un’epoca in cui i gentiluomini erano desiderosi di avere a disposizione calzature che potessero soddisfare il loro bisogni pratici ed estetici, evolvendosi dal mondo equestre e sportivo da cui ebbe origine.

Oggi è l’alleato ideale per il tempo libero, le passeggiate ed i weekend fuori città, senza disegnare, tuttavia, un cocktail o una giornata lavorativa che non siano troppo formali. Il suo aspetto assume sfaccettature differenti a seconda dei materiali, modello e nuance. In linea generale, lo scarponcino varia a seconda dell’allacciatura, in connubio con materiali che ne esaltano il carattere informale, come il vitello cordovan, pelli martellate o in suede e talora con motivi brogue; i toni, invece, spaziano dal nocciola, marrone, testa di moro, carbone o anche nero intenso, sino alle sfumature più intense del verde, blu reale, rossiccio e bordeaux.

Con riferimento a quelli che possono essere definiti i modelli fondamentali di tale categoria calzaturiera, il presente excursus, seppur breve, ma essenziale, parte da un grande classico: il Polacchino, o Chukka Boot, scarponcino la cui foggia e lo stesso nome traggono origine dal gioco del Polo, secondo molti ispirata dagli stivaletti che venivano indossati dagli indiani Raja nelle partite del medesimo. Nel 1924 il Duca di Windsor fu immortalato, durante un suo viaggio diretto in Canada, con un paio di polacchini ed è ben noto di quanto egli fosse appassionato delle partite di Polo. Come lui, sono numerose le icone di stile innamoratesi di questa calzatura capace di infondere uno straordinario senso di libertà e leggerezza, reso possibile dalla presenza di una tomaia tipicamente in pelle scamosciata e sfoderata, più raramente in pelle, su cui sono presenti solo due o tre occhielli per i lacci. Tradizionalmente presenta una punta arrotondata ed un’allacciatura aperta stile derby, ossia con i quarti cuciti al di sopra della tomaia, che ne giustifica la forte informalità. La suola può essere sottile e in pelle, o in caucciù nella variante Desert Boot.

Al polacchino si affianca un modello notoriamente apprezzato per la linea sobria e la semplicità in termini di calzata: Il Chelsea Boot, lo scarponcino senza lacci per antonomasia, arricchito dalla presenza di una fascia elastica laterale, convenzionalmente a forma di U.
La tomaia è generalmente in pelle, sebbene il camoscio sia un’alternativa accettabile, ma che, a parità di altri dettagli, ne fa assumere un’allure maggiormente sportiva, soprattutto qualora sia presente una suola in gomma, anziché in pelle, e colori dell’elastico molto contrastanti con il resto della calzatura. Concepito in epoca Vittoriana per le lunghe passeggiate della regina Vittoria, il Chelsea Boot è sobbalzato ai piedi dei Beatles e di molte altre band appartenenti al mondo del rock, che ne sancirono un vero e proprio boom negli anni ‘60. Un modello particolare di scarponcino, simile al precedente per alcuni aspetti, in particolare per l’assenza dell’allacciatura, ma meno usuale, è il
Jodhpur Boot, nato per l’equitazione assieme agli omonimi pantaloni da cavallo, il quale è connotato da un distintivo cinturino che ne circoscrive l’apice, in prossimità della caviglia.

Sono queste le tipologie di scarponcino che meglio si sposano nei contesti dal sapore spiccatamente informale, da evitare, dunque, in tutti quei luoghi che richiedono l’abito da cerimonia, smoking e frac; così come con completi i cui tessuti abbiano poco nerbo per supportare questa tipologia di scarpa, sebbene vi siano illustri esempi in cui quest’accortezza decade, su tutti, quello dell’avvocato Gianni Agnelli, famoso, tra le altre cose, per i suoi stivaletti indossati con abiti sartoriali, spesso gessati.

 Pertanto, a prescindere dalle eccezioni, ben vengano flanelle cardate, velluti a coste e tweed da combinare in abiti spezzati composti da giacche sportive dal taglio semplice o più particolare, come quello di una Hacking jacket e Norfolk jacket, oppure da abbinare a chinos e pullover in chiave preppy. Lo stesso registro sarà esteso anche agli accessori, come cappelli di tweed, calze, pochette e cravatte di lana nei colori del sottobosco.

Per non scadere in spiacevoli errori, l’unico modello di scarponcino che ben si presta ad essere indossato con abiti completi, anche decisamente formali, è il Balmoral Boot, il quale, grazie alla presenza di un’allacciatura chiusa, può considerarsi a tutti gli effetti la versione alta della scarpa oxford. Anch’esso fu concepito in epoca Vittoriana, nello specifico per il Principe Alberto, consorte della succitata regina Vittoria, dal medesimo calzolaio, J. Sparkes-Hall, che ideò il Chelsea Boot. È costruito in modo da presentare una cucitura che corre orizzontalmente rispetto alla suola e lungo il centro della scarpa, dividendola in una porzione superiore ed una inferiore, le quali sono generalmente con materiali e colori a contrasto. Segue le stesse regole in termini di abbinamento ed occasioni d’uso di una scarpa oxford, avendo a tutti gli effetti le stesse fattezze. In passato era la scarpa per eccellenza da indossare con il morning coat; oggi non disdegna abiti sartoriali che spaziando dal classico abito doppiopetto in flanella, all’abito tre pezzi, soprattutto se la scarpa si presenta nei toni più scuri del grigio e del nero, mentre risulta inappropriata con abiti eccessivamente casual, quali quelli riportati negli esempi precedenti. È una calzatura piuttosto insolita e difficile da trovare nell’odierna quotidianità, se non come prodotto artigianale dei migliori calzolai del mondo che edificano veri e propri capolavori di tale modello, anche nella versione Botton Boot, ancor più anacronistica e rara da vedersi.

Il modello andrà dunque scelto in modo congruente con l’utilizzo che ne verrà fatto: una silhouette snella e pulita, come ad esempio quella di un polacchino o Chelsea boot in pelle, in versione tutta liscia e nelle tonalità più scure, sarà senz’altro più formale all’interno della propria categoria, e, pertanto, indicata anche ad un uso lavorativo, rispetto a modelli analoghi con suole e materiali più spessi. Per quanto riguarda le impunture, bisogna richiamare alcune importanti regole da seguire sempre quando si tratta di decorazioni da apportare ad una calzatura, ossia, più esse divengono invasive, maggiore è l’informalità della scarpa e, a parità di decori, l’allacciatura chiusa, modello oxford è sempre più formale di una aperta, tipo derby. La bellezza e versatilità dello scarponcino diviene, come per il resto delle calzature, di estrema eleganza quando incontra la migliore tradizione calzaturiera, tra cui quella di Riccardo Borella, il quale si distingue per la manifattura particolarmente curata e la qualità del prodotto.


Intrinsically manful and full of details, the Men’s Boots is a must-have for the cold season, unmissable in the gentleman’s shoe rack that follows the rhythm of nature. Its peculiarity is the high line up to the boots that entails, more precisely, it’s greater protection. Perfect from the functional point of view, the men’s boots, does not lack elegance, having been conceived in an era in which gentlemen were eager to have shoes that could satisfy their practical and aesthetic needs, evolving from the equestrian and sporty world, from which it originated.

Today it is the ideal ally for leisure time, walks and weekends out of town, without drawing, however, a cocktail or a working day that is not too formal. Its appearance takes on different facets depending on the materials, model and tones. In general, the men’s boots varies depending on the lacing, in combination with materials that enhance its informal character, such as cordovan calf leather, textured or suede leather and sometimes with brogue motifs; the colors, instead, range from hazelnut, brown, dark brown, coal or even intense black, to the most intense shades of green, royal blue, reddish and burgundy.

With reference to those that can be defined the basic models of this footwear category, the present excursus, albeit short, but essential, starts from a great classic: the Chukka Boots, a men’s boot whose shape and the same name derive from the Polo game, according to many, inspired by the boots that were worn by the Raja Indians in the games of the same. In 1924 the Duke of Windsor was immortalized, during a trip to Canada, with a pair of Chukka boots, and is well known of how passionate he was of the Polo match. Like him, there are numerous style icons in love with this shoe that infuses an extraordinary sense of freedom and lightness, made possible by the presence of a vamp typically in suede leather and unlined, more rarely in box calf leather, on which there are only two or three eyelets for laces. Traditionally it has a rounded tip and an open derby-style lacing, that is, with the quarters sewn over the vamp, which justifies its strong informality. The sole can be thin and in leather, or in rubber in the Desert Boots variant.

The Chukka boot is accompanied by a model notoriously appreciated for the sober line and simplicity in terms of fit: The Chelsea Boot, the lace-up men’s boots par excellence, enriched by the presence of a lateral elastic band, conventionally U-shaped. The vamp is generally in leather, although the suede is an acceptable alternative, but that, with other details be constant, makes it take on a more sporting allure, especially if there is a rubber sole, rather than leather, and very contrast elastic color respect with the rest of the shoe. Conceived in the Victorian era for the long walks of Queen Victoria, Chelsea Boots jumped at the feet of the Beatles and many other bands belonging to the world of rock, which enshrined an it’s real boom in the 60s. A particular model of men’s boots, similar to the previous one in some aspects, in particular due to the absence of the lacing, but less usual, is the Jodhpur Boots, born for riding together with the homonymous riding pants, which is characterized by a distinctive strap that circumscribes the apex, near the men’s.

These are these the types of men’s boots that are best matched in contexts with a distinctly informal flavor, to be avoided, therefore, in all those places that require formal dress, tuxedos and tails; as well as with suits whose fabrics have little backbone to support this type of shoe, although there are illustrious examples in which this caution decays, above all, that of lawyer Gianni Agnelli, famous, among other things, for his men’s boots worn with bespoke suit, often in pinstriped version. Therefore, regardless of the exceptions, welcome to carded flannels, corduroy and tweeds to be combined in broken dresses made up of sport jackets with a simple or more particular cut, such as that of a Hacking jacket and Norfolk jacket, or combined with chinos and pullovers in preppy key.

The same register will also be extended to accessories such as tweed hats, socks, pocket-squares and wool ties in the colors of the undergrowth. In order not to expire in unpleasant mistakes, the only model of men’s boot that lends itself to be worn with complete clothes, even very formal, is the Balmoral Boot, which, thanks to the presence of a closed lacing, can be considered actually the high version of the oxford shoe. It too was invented in the Victorian era, specifically for Prince Albert, consort of the aforementioned Queen Victoria, by the same shoemaker, J. Sparkes-Hall, who conceived the Chelsea Boots. It is constructed in such a way as to present a seam that runs horizontally from the sole and along the center of the shoe, dividing it into an upper and a lower portion, which are generally made of contrasting materials and colors. It follows the same rules in terms of the combination and occasions of use of an oxford shoe, having in all respects it’s same features. In the past it was the shoe par excellence to wear with the morning coat; today it does not disdain tailored suits ranging from the classic flannel double-breasted suit to the three-piece suit, especially if the shoes come in most darker shades of gray and black, while it is inappropriate with excessively casual clothes, such as those shown in the previous examples. It is a rather unusual shoe and difficult to find in today’s everyday life, if not as a craft product of the best shoemakers in the world who build real masterpieces of this model, even in the Botton Boot version, even more anachronistic and rare to see.

The model will therefore be chosen in a congruent manner with the use that will be made of it: a slim and clean silhouette, such as that of a Chukka boots or Chelsea boots in leather, in a smooth version and in darker shades, will undoubtedly more formal within its category, and therefore also indicated for a working use, compared to similar models with thicker soles and materials. For the stitching, we must recall some important rules to always follow when it comes to decorations made to a shoe, that is, the more they become invasive, the greater the informality of the shoes and, with the same decorations, the closed lacing oxford model is always more formal than an open derby type. The beauty and versatility of the men’s boots becomes, as for the rest of the footwear, of extreme elegance when it meets the best bespoke shoemaking tradition, such as that of Riccardo Borella, which stands out for its particularly accurate manufacture and product quality.

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