George Brummel, l’essenza del dandy

George Brummel and his tailor

Nell’Inghilterra d’inizio Ottocento, tra il rispetto delle convenienze dell’alta società e la noia che da esse derivava, spiccava la figura più emblematica e affascinante dell’epoca: Lord George Bryan Brummel, detto “Beau Brummel”, considerato il primo vero dandy e Gentleman inglese.

Egli era volto ad affermare ciò che aveva di più unico e originale: la sua persona. Riusciva perfettamente nel suo intento, poiché concentrava la sua essenza vitale nella cura della propria immagine, nutrendo la sua vanità inglese e ponendosi alla pari di un’opera d’arte. Assumeva, come fondamento di vita, l’eleganza e le maniere al di sopra di ogni altro valore.

Il suo stile era sobrio, ma dal sapore di dandy. Un modo squisito nell’abbigliarsi, attento ai colori e alle forme dei suoi vestiti; indossava frac blu dai bottoni dorati, attillati pantaloni color crema, una cravatta impeccabile e inamidata e stivali neri con risvolto. Momento fondamentale della vita del dandy era quello dedicato alla toilette, che seguiva un preciso rituale con uso abbondante di acqua e sapone. Era usuale cambiare camicia ogni giorno, in netta contrapposizione con le usanze dell’epoca.

Frequentava balli privati, saloni eleganti e clubs di scommesse, tra cui il famoso club Watier in cui i Gentlemen londinesi si riversavano per smaltire la noia nell’alcool e nel gioco d’azzardo. Aveva anche interessi artistici e letterari e possedeva una famosa collezione di tabaccherie.

Egli conosceva bene l’intersezione tra l’originale e l’eccentrico, rimanendo sempre fedele al suo assioma dello stile:

“Per essere eleganti non bisogna farsi notare, bisogna proscrivere i profumi, bandire i colori violenti e ricercare le armonie neutre o fredde, valorizzare l’accessorio perché da esso dipende l’armonia generale dell’abito.”

Brummel ha dominato la società del suo tempo non solo grazie all’abilità nel vestire ma grazie anche alla sua aura di dandy composta di grazia e impertinenza, distinzione e moderazione. Si beffeggiava delle regole, ma senza mai trasgredirle del tutto. Egli si distingueva dal “monsieur tout le monde” (l’uomo comune) avendo l’aria di non far nulla per riuscirci. Un nulla, però, dedito di attenzioni costanti quali la pulizia, l’abito, le maniere, il linguaggio. Il suo era un modo di essere che superava le barriere del visibile, composto di sfumature adite a far emergere la superiorità aristocratica del proprio spirito.

Richard Dighton, The Dandy Club, 1818

Beau Brummel era inimitabile, suscitava timore e ammirazione al tempo stesso. Stupore e meraviglia nel suo essere elegantemente inaspettato, anche dalle classi più elevate con cui viveva alla pari proprio grazie a queste sue doti che lo resero il re dei dandy , il dandy prima dei dandies. Era l’eroe di una nuova morale che prediligeva la scelta estetica come mezzo di eversione da una società simmetrica e utilitarista.

Di dandy come Brummel non se ne vedranno più ; il principe di Ligne diceva di lui: “Egli fu re per grazia della grazia”.

Quando il fenomeno prese piede tra gli intellettuali e scrittori del tempo, spesso aderivano puramente agli aspetti più evidenti del dandismo e all’abbigliamento. In realtà il dandismo obbediva solo a regole individuali, accomunate dall’imperativo di distinzione.

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Dandies

La moda per il dandy era qualcosa che egli doveva creare e non seguire. Imitare stili e mode non faceva, e non fa ancora oggi, di un uomo un dandy.

Essere dandy era ed è qualcosa di esclusivo.

“Bisogna diventare differenti, che non è farsi diversi… Il dandy è il differente, non l’eccentrico, che è snob. Non contrappone, infatti, il proprio modello a un altro modello; non si pone nessun modello e non si pone come modello” (G. Franci)

Pia Antignani

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