Il Vittoriale degli Italiani: l’eremo della Bellezza

Il mio amore d’Italia, il mio culto delle
memorie, la mia aspirazione all’eroismo,
il mio presentimento della patria
futura si è manifestato qui in ogni ricerca
di linee, in ogni accordo e disaccordo
di colori.

Gabriele d’Annunzio,
Atto di donazione del Vittoriale, 22 dicembre 1923

A cento anni dall’impresa di Fiume, il Vittoriale degli Italiani, ultima dimora dell’Imaginifico, il poeta di lusso, nonché l’amante guerriero, Gabriele d’Annunzio, risplende più che mai dei suoi fasti eroici compiuti durante la Grande Guerra e il periodo fiumano, i cui cimeli ivi custoditi – dal MAS 96 della Beffa di Buccari all’aeroplano del volo su Vienna – ricordano il superomismo di un uomo dall’ingegno straordinario, sia in termini militari che sociopolitici e letterali, che rivoluzionò completamente la cultura italiana dei primi anni del Novecento. Incastonato sulle pendici del Lago di Garda, il Vittoriale degli Italiani è una gemma nascosta tra i cipressi che fanno da contrasto all’azzurro del cielo e delle acque calme del lago, dai quali è possibile scorgere l’imponente prua della Nave Puglia, un incrociatore donato dal duce, Benito Mussolini, a Gabriele d’Annunzio nel 1923 e rivolta verso il mare Adriatico in memoria delle “terre irredente” della Dalmazia. In questo tempio consacrato alla Bellezza, Gabriele d’Annunzio trascorse gli ultimi anni della vita, dal 1921 al 1938, in una sorta di ritiro spirituale, poiché, come scrisse lo stesso Vate ad un fedele compagno dell’impresa fiumana, De Ambris, era “avido di silenzio dopo tanto rumore, e di pace dopo tanta guerra”.

Un tempo modestissima casa colonica settecentesca, appartenuta al critico d’arte tedesco Henry Thode, il Vittoriale degli Italiani, sotto l’attenta guida del Vate, o meglio, del Comandante – appellativo che gli si attribuì dopo l’impresa di Fiume – divenne una vera e propria Casa Museo, la “Santa Fabbrica”, che altro non è che la trasposizione materiale del suo vivere inimitabile, nonché del suo essere più profondo. All’interno del complesso monumentale del Vittoriale ogni luogo è particolarmente simbolico ed evocativo, dagli edifici al maestoso anfiteatro da cui si scorge tutta la “bellezza indicibile” del Lago di Garda, passando per le numerose piazze, viuzze, giardini colmi di fiori, pergolati e statue di ogni genere, nonché di bombe e proiettili, che si alternano armoniosamente. All’interno della Priora, ossia la dimora claustrale del “Frate Gabriel Priore” – come amava definirsi il Vate – ogni oggetto, dal più al meno prezioso, è stato meticolosamente studiato da d’Annunzio in persona, il quale negli ultimi anni della vita vissuta al Vittoriale si dedicò con particolare fervore alla realizzazione di quest’opera magnifica, tanto da definirsi “migliore come decoratore e tappezziere che come poeta e romanziere”.

Tutto è qui da me creato e trasfigurato. Tutto qui mostra le impronte del mio stile nel senso che io voglio dare allo stile.

Gabriele d’Annunzio, Atto di donazione del Vittoriale, 22 dicembre 1923

Sin dall’ingresso nel vestibolo l’atmosfera è sospesa tra sacro e profano, enfatizzata da luci soffuse e penombre che guidano alla scoperta di ambienti ristretti, talora claustrofobici e impregnati di un classicismo greco e latino particolarmente caro al Vate. Non vi è angolo che non sia occupato da un ammennicolo, strumento musicale, opera d’arte o libro, o su cui non sia iscritto un motto fortemente ieratico. In ogni stanza le passioni e gli ideali, quali l’ebrezza, l’arte, la sensualità e l’eroismo, insiti nella mente visionaria di Gabriele d’Annunzio prendono forma. Il suo amore per l’arte dei suoni trova la sua massima espressione nella Stanza della Musica, dove, tra le pareti damascate, i cesti di frutta e le zucche in vetro di murano che illuminano flebilmente l’ambiente, domina la scena il pianoforte a coda Steinway appartenuto a Franz Liszt, grande pianista e compositore ungherese. In questa stessa stanza, la sera del 13 agosto 1922, d’Annunzio, intento a deliziarsi, come di consuetudine, della musica di Luisa Baccara – una delle sue numerose amanti – cadde dalla finestra; un incidente che egli ribattezzò come il “volo dell’arcangelo” e su cui tutt’oggi aleggia un alone di mistero in merito alle dinamiche con cui avvenne. Nella Stanza del Mappamondo, fornitissima biblioteca di storia dell’arte e di libri in tedesco appartenuti al precedente inquilino, troneggiano i miti dannunziani, tra cui Dante, Michelangelo e Napoleone. La Stanza della Zambracca (femmina di poco pregio), piccolo studiolo e anticamera, invece, accolse la morte del Vate la sera del 1° marzo 1938. Ufficialmente si trattò di emorragia celebrale, senza escludere un collegamento tra il decesso e l’uso divenuto ormai abituale di droghe, della “polvere folle”, come la definiva d’Annunzio. Nella stanza si può scorgere una ricchissima farmacia personale, con medicinali di ogni tipo destinati a placare le malattie, spesso frutto di un’accentuata ipocondria, che affliggevano il Vate soprattutto negli ultimi anni della sua vita.

La forte sensualità di d’Annunzio, invece, traspare nettamente nella sua camera da letto, la Stanza della Leda, che prende il nome dalla statua della Leda amata da Zeus in forma di Cigno e che fu sede di numerosi incontri notturni. In questa stanza il Vate si dedicò quotidianamente allo “studio” della donna, per lui era una vera e propria scienza. Tra le poche stanze che accolgono la luce vi sono solo l’Officina e la Stanza della Cheli. La prima era la stanza in cui d’Annunzio trascorreva ore di “lavoro” interminabili, costantemente ispirato dalla sua musa, nonché uno dei suoi più grandi amori, Eleonora Duse, che ivi si ritrova in forma di busto velato. La seconda, invece, fungeva da sala da pranzo per gli ospiti, in cui è possibile riconoscere uno spiccato stile art déco ed in cui campeggia la statua di bronzo della famosa tartaruga Cheli, morta di indigestione nei giardini dello stesso Vittoriale e che fu collocata a capo tavola da d’Annunzio, affinché potesse servire da monito agli ospiti eccessivamente ingordi. Tra le altre stanze particolarmente suggestive spiccano la Stanza delle Reliquie, dove oggetti rappresentativi di diverse religioni si mescolano con reperti bellici, come il gonfalone rosso di Fiume sul soffitto e il volante spezzato di un motoscafo, mettendo in luce l’unica fede realmente professata dal Vate durante la sua vita, ossia quella del rischio, e il famoso Bagno Blu, dallo stile fortemente orientale, che ospita una profusione di oggetti da toeletta, statuette, vasi, piattini, bronzi e terrecotte di ogni genere, che fanno da contrasto al blu oltremare dei servizi sanitari.

Nelle moltitudine di oggetti che si accatastano apparentemente senza alcuna logica all’interno della Prioria, si riconosce in realtà una creatività dirompente e meticolosa, che, forse, servì allo stesso Vate come espediente per digerire il fallimento di Fiume – da cui venne cacciato a cannonate dall’allora presidente del Consiglio dei Ministri, Giolitti – e per distogliere l’attenzione dalla politica fascista di quei tempi, da cui progressivamente prese le distanze sino ad eclissarsene completamente, per dedicarsi esclusivamente al piacere delle carni e dell’intelletto. In quegli anni d’Annunzio divenne più che mai simile al suo alter ego ritratto nella grande opera “Il Piacere”, ossia ad Andrea Sperelli, coronando il sogno di vivere alla stregua di un principe rinascimentale. Il Vittoriale degli Italiani è di fatto un’autocelebrazione dell’essere dannunziano, l’ultima grande opera di Gabriele d’Annunzio e come tale va concepita nella sua interezza. È una vera e propria lettura contemplativa delle pagine del suo “libro di pietra”, donato agli italiani dal sommo poeta come prova di un genio estetico estesosi in ogni campo della sua vita.

Non soltanto ogni mia casa da me arredata – io scrissi – non soltanto ogni stanza da me studiosamente composta, ma ogni oggetto da me scelto e raccolto nelle diverse età della mia vita fu sempre per me un modo di espressione, fu sempre per me un modo di rivelazione spirituale, come uno dei miei poemi, come uno dei miei drammi, come un qualunque mio atto politico o militare, come una qualunque mia testimonianza di diritta e invitta fede. Per ciò m’ardisco offrire al popolo italiano tutto quel che mi rimane.

Gabriele d’Annunzio, Atto di donazione del Vittoriale, 22 dicembre 1923

One hundred years after the Fiume expedition, the Vittoriale degli Italiani, last home of the Imaginific, the luxury poet, as well as the warrior lover, Gabriele d’Annunzio, shines more than ever of his heroic glories made during the Great War and the Fiume period, whose relics kept there – from the MAS 96 of the Beffa of Buccari to the airplane of the flight over Vienna – recall the superomism of a man of extraordinary brain, both in military, socio-political and literal terms, which completely revolutionized the Italian culture of the early twentieth century. Nestled on the slopes of Garda Lake, the Vittoriale degli Italiani is a gem hidden among the cypress trees that act as a contrast to the blue of the sky and the calm waters of the lake, from which it is possible to see the imposing bow of the Puglia Ship, a warship donated by the Duce, Benito Mussolini, to Gabriele d’Annunzio in 1923 and turned towards the Adriatic Sea in memory of the “irredentist lands” of Dalmatia. In this temple consecrated to Beauty, Gabriele d’Annunzio spent the last years of his life, from 1921 to 1938, in a sort of spiritual retreat, since, as Vate himself wrote to a faithful companion of the Fiume expedition, De Ambris, it was “greedy for silence after so much noise, and peace after so much war“.

Once a very modest eighteenth-century farmhouse, belonged to the German art historian Henry Thode, the Vittoriale degli Italiani, under the careful guidance of the Vate, or better, of the Commander – a name that was attributed to him after the expedition of Fiume – became a real Museum Home, the “Santa Fabbrica” (holy factory), which is nothing but the material transposition of its its inimitable life and of its deepest being. Inside the monumental complex of the Vittoriale every place is particularly symbolic and evocative, from the buildings to the majestic amphitheater from which it is possible to see all the “unspeakable beauty” of Garda Lake, passing through the numerous squares, alleys, gardens full of flowers, pergolas and statues of all kinds, as well as bombs and bullets, which alternate harmoniously. Inside the Priory, that is the cloistered home of the “Prior Gabriel Friar” – as the Vate loved to call himself – every object, from the most to the least precious, has been meticulously studied by d’Annunzio himself, who in the last years of his life lived at the Vittoriale dedicated himself with particular fervor to the realization of this magnificent work, so much to call himself “better as a decorator and upholsterer than as a poet and novelist“.

Since entering the vestibule, the atmosphere is suspended between sacred and profane, emphasized by soft lights and shadows that lead to the discovery of confined spaces, sometimes claustrophobic and impregnated with a Greek and Latin classicism particularly dear to the Vate. There is no corner that is not occupied by an adornment, musical instrument, work of art or book, or with a strongly hieratic motto. In every room passions and ideals, such as intoxication, art, sensuality and heroism, inherent in the visionary mind of Gabriele d’Annunzio take shape. His love for the art of sound finds its highest expression in the “Stanza della Musica” (The Music Room), where, between the damask walls, the murano glass fruit baskets and pumpkins that lightly illuminate the environment, the scene is dominated by the Steinway grand piano belonged to Franz Liszt, a great Hungarian pianist and composer. In this same room, on the evening of August 13,1922, d’Annunzio, intent on delighting, as usual, with the music of Luisa Baccara – one of his many lovers – fell from the window; an incident which he renamed as the “flight of the archangel” and on which still today hides an aura of mystery about the dynamics with which it happened. In the “Stanza del Mappamondo” (The Globe Room), a well-stocked library of the history of art and German books that belonged to the previous tenant, the d’Annunzio myths dominate, including Dante, Michelangelo and Napoleon. The “Stanza della Zambracca” (The Zambracca Room), small study and antechamber, instead, received the death of Vate in the evening of 1 March 1938. Officially it was a cerebral hemorrhage, without excluding a connection between death and habitual use of drugs, the “polvere folle” (mad dust), as defined by d’Annunzio. In the room there is a very rich personal pharmacy, with all kinds of medicines intended to placate the diseases, often as a result of a marked hypochondria, which afflicted the Vate especially in the last years of his life.

The strong sensuality of d’Annunzio, instead, clearly emerges in his bedroom, the “Stanza della Leda” (The Leda Room), which takes its name from the statue of Leda beloved by Zeus in the form of a swan and which was the site of numerous nocturnal meetings. In this room the Vate devoted himself daily to the “study” of the woman, that for him it was a real science. Among the few rooms that welcome the light there are only the “Officina” (The Workshop) and the “Stanza della Cheli” (The Cheli Room). The first was the room in which d’Annunzio spent endless hours of work, constantly inspired by his muse, as well as one of his greatest loves, Eleonora Duse, that is present here in the form of a veiled bust. The second, instead, served as a dining room for the guests, in which it is possible to recognize a marked art deco style and in which stands the bronze statue of the famous Cheli turtle, who died of indigestion in the gardens of the same Vittoriale and which was placed in table head by d’Annunzio, so that it could serve as a warning to guests who are too greedy. Among the other particularly suggestive rooms stand out the “Stanza delle Reliquie” (The Relic Room), where representative objects of different religions mix with war relics, such as the red Fiume banner on the ceiling and the broken steering wheel of a motorboat, highlighting the only faith really professed by the Vate during his life, that of risk and the famous “Bagno blu” (The Blue Bathroom), with a strongly oriental style, which hosts a profusion of toilet objects, statuettes, vases, saucers, bronzes and terracotta of every kind, which act as a contrast to the ultramarine blue of health services.

In the multitude of objects that seemingly pile up without any logic inside the Priory, it is possible to recognizes a disruptive and meticulous creativity, which, perhaps, served to Vate himself as a device for digest the failure of Fiume expedition – from which he was hunted with cannonballs by the then president of the Council of Ministers, Giolitti – and to divert attention from the fascist politics of those times, from which he gradually distanced himself until completely eclipsing it, to devote himself exclusively to pleasure of the flesh and of the intellect. In those years d’Annunzio became more than ever similar to his alter ego portrayed in the great work “Il Piacere”, namely to Andrea Sperelli, crowning the dream of living like a Renaissance prince. The Vittoriale degli Italiani is in fact a self-celebration of d’Annunzio being, the last great work of Gabriele d’Annunzio and as such must be conceived in its entirety. It is a real contemplative reading of the pages of his ” stones book“, that the great poet wanted to give at the Italians as a proof of an aesthetic genius extended in every field of his life.

Priory photos: http://www.italianways.com/lopulenza-e-la-poverta-del-vittoriale-degli-italiani/

Bibliography

  • Guerri, Giordano Bruno, La mia vita carnale. Amori e passioni di Gabriele D’Annunzio, Milano, A. Mondadori, 2013
  • Guerri, Giordano Bruno, D’Annunzio. L’amante guerriero, Milano, A. Mondadori, 2008

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